L’Italia entra nella primavera del 2026 in una condizione che potremmo definire di stabilità apparente e fragilità sostanziale. Apparente, perché il governo resta in piedi, non ha perso la maggioranza parlamentare e Giorgia Meloni non ha alcuna intenzione di dimettersi. Fragile, perché la bocciatura referendaria del 22-23 marzo ha aperto una crepa politica vera: per la prima volta, il premierato meloniano non appare più invincibile, e la sconfitta sulla riforma della giustizia ha trasformato un voto tecnico in un giudizio politico sul governo. Reuters parla apertamente della “fase più difficile” della premiership di Meloni, con un’autorità indebolita e un programma di riforme improvvisamente più incerto.
Il dato va letto con attenzione. Il referendum costituzionale è stato respinto con circa il 54% di No contro il 46% di Sì, con un’affluenza vicina al 60%, molto più alta di quanto molti osservatori si attendessero. Questo significa che non siamo davanti a una semplice sconfitta tattica, ma a un segnale politico pieno: una parte importante dell’elettorato ha voluto colpire il governo proprio sul terreno identitario delle sue riforme istituzionali. E quando un esecutivo perde il controllo del proprio racconto riformatore, in Italia comincia quasi sempre una fase di logoramento.
Il precedente del 2025 aiuta a capire il quadro. Nei referendum abrogativi su lavoro e cittadinanza dell’8-9 giugno 2025 il quorum non fu raggiunto e l’affluenza si fermò attorno al 30%, consegnando al governo una vittoria politica per astensione e mostrando, insieme, una democrazia stanca, poco mobilitata e fortemente polarizzata. Quel voto aveva rafforzato Meloni. Quello del marzo 2026, invece, ne incrina l’immagine. Mettendo insieme i due episodi, il quadro è netto: il Paese non è compatto attorno al governo, ma neppure dispone ancora di un’alternativa pienamente organizzata.
Questa è, in sintesi, la vera condizione politica italiana: un esecutivo ancora forte nelle istituzioni, ma meno forte nel consenso di prospettiva. Non è poco. Perché nei sistemi parlamentari europei i governi cadono raramente solo per i numeri. Più spesso iniziano a perdere presa quando l’opinione pubblica, i corpi intermedi, i mercati e gli alleati percepiscono che la traiettoria si è fatta più incerta. E oggi questa percezione sta emergendo. Lo si vede anche nel tentativo del governo di rilanciarsi con una riforma elettorale che, secondo Reuters, potrebbe favorire la coalizione di centrodestra in vista delle prossime politiche. Quando un governo passa dalla strategia di governo alla strategia di posizionamento elettorale, significa che sente il terreno meno saldo di prima.
Sul fronte economico, il quadro è meno drammatico di certi toni catastrofisti, ma è tutt’altro che rassicurante. I principali organismi convergono su una crescita modesta: Istat vede il PIL italiano a +0,8% nel 2026 dopo +0,5% nel 2025; l’IMF è sostanzialmente allineato; l’OECD è ancora più prudente e stima +0,6% nel 2026 e +0,7% nel 2027. Questa forchetta dice una cosa precisa: l’Italia non è in recessione, ma resta in una condizione di crescita insufficiente, troppo bassa per ridurre in modo robusto il peso del debito, sostenere i salari reali e finanziare un salto di qualità nei servizi pubblici.
Il lato migliore dei dati è che alcune variabili di breve periodo non stanno crollando. Nel 2025 il PIL è cresciuto dello 0,5% e l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è migliorato al -3,1% del PIL dal -3,4% del 2024, mentre il saldo primario è salito a +0,7%. Anche il mercato del lavoro, pur con oscillazioni mensili, resta relativamente solido: a febbraio 2026 il tasso di disoccupazione è al 5,3%, dopo il 5,1% di gennaio. Non siamo, dunque, in una fase di collasso macroeconomico. Ma proprio questo rende il problema più insidioso: la debolezza italiana non è congiunturale, è strutturale.
I limiti strutturali sono noti e persistono. La crescita resta dipendente da una combinazione fragile di domanda interna, spesa pubblica e traino del PNRR. Istat prevede che gli investimenti siano sostenuti proprio dal completamento delle opere del Piano; l’OECD osserva che l’accelerazione della spesa legata al PNRR sosterrà il PIL fino al 2026, prima di rallentare. Tradotto: una parte rilevante della crescita italiana è temporanea e amministrata, non autonoma. Se il PNRR non si trasforma in produttività, innovazione organizzativa, capitale umano e infrastrutture realmente abilitanti, il Paese tornerà al suo sentiero storico: poco sopra lo zero.
Anche l’inflazione, che sembrava sotto controllo, non autorizza leggerezze. A gennaio la Banca d’Italia stimava per il 2026 un’inflazione al consumo intorno all’1,4%, ma i dati più recenti mostrano una dinamica meno tranquilla: a febbraio 2026 l’inflazione NIC è salita all’1,5%, con una chiara accelerazione dei servizi e dell’inflazione di fondo. Nel frattempo la BCE, a marzo 2026, ha rivisto al rialzo le stime per l’area euro, indicando per il 2026 un’inflazione media del 2,6%, soprattutto per il rincaro energetico. Questo conta enormemente per l’Italia, perché il nostro sistema produttivo e la nostra struttura sociale restano molto esposti agli shock energetici e ai rincari importati.
Qui entra il fattore geopolitico, che oggi pesa più di molti dibattiti domestici. Fabio Panetta ha avvertito che le tensioni sui mercati energetici legate alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran possono avere ripercussioni serie sulla stabilità finanziaria e sui titoli di Stato, specie per Paesi ad alto debito come l’Italia. Reuters riferisce che i prezzi del gas europei sono saliti di oltre il 70% dall’inizio del conflitto, e che il governo sta già valutando misure costose per attenuare l’impatto su famiglie e imprese. In altre parole, il rischio oggi non è soltanto la bassa crescita: è la combinazione di crescita debole, debito alto e nuovo shock energetico. È questa la miscela che può rimettere in discussione, in pochi mesi, una narrativa di prudenza finanziaria costruita faticosamente.
Dunque, il governo in carica è pronto? La risposta più onesta è: pronto a gestire l’ordinario, non ancora attrezzato per il salto di fase. Sul piano della disciplina fiscale, l’esecutivo ha mostrato una certa capacità di tenuta. L’Italia è sotto procedura per deficit eccessivo dal 2024 e il Consiglio UE ha chiesto formalmente di chiudere la situazione entro il 2026. Il governo ha fin qui mantenuto una linea di consolidamento che i mercati, almeno fino a poche settimane fa, hanno considerato credibile. Ma la politica economica italiana resta molto più solida nel controllo dei conti che nella costruzione di una crescita potenziale più alta.
È qui che si misura la qualità di una classe dirigente. Non basta “non far saltare i conti”. Non basta nemmeno distribuire ristori quando i prezzi dell’energia risalgono. Un Paese con il profilo demografico dell’Italia, con una produttività stagnante da anni, con una struttura industriale fatta di eccellenze ma anche di nanismo d’impresa, e con grandi divari territoriali, ha bisogno di una politica economica molto più selettiva e strategica. La vera questione non è se il governo saprà resistere. La vera questione è se saprà cambiare agenda.
Che cosa andrebbe fatto, allora? Prima di tutto, servirebbe smettere di trattare il PNRR come un esercizio di rendicontazione e iniziare a usarlo come leva di trasformazione. Le opere devono essere completate, certo, ma l’obiettivo non può essere il tasso di spesa in sé. Deve essere l’aumento della produttività totale dei fattori: logistica migliore, tempi amministrativi ridotti, digitalizzazione vera dei processi pubblici, energia più competitiva per l’industria, competenze tecniche e scientifiche meglio distribuite. Senza questo passaggio, il PNRR resterà una stagione di cantieri; con questo passaggio, può diventare un cambio di struttura.
Secondo punto: l’Italia ha bisogno di una politica industriale credibile, non di una somma di incentivi episodici. In un mondo segnato da protezionismo, frammentazione delle catene del valore e tensioni energetiche, non basta confidare nell’export di qualità. Servono priorità chiare: energia, semiconduttori e componentistica avanzata, farmaceutica, difesa, aerospazio, cybersecurity, infrastrutture digitali, tecnologie per la transizione ambientale. La politica industriale non significa sostituire il mercato. Significa concentrare capitale pubblico, credito, ricerca e formazione sui nodi dove si gioca la sovranità economica del prossimo decennio. L’OECD insiste sul rafforzamento dell’investimento e della competitività; l’IMF sottolinea che la crescita del 2026 dipenderà anche dalla capacità di rendere produttiva la spesa collegata al PNRR.
Terzo: bisogna affrontare il nodo del lavoro qualificato e dei salari. Un tasso di disoccupazione relativamente contenuto non basta a dire che il mercato del lavoro sta bene. Se i giovani qualificati emigrano, se la produttività non sale, se i salari reali recuperano solo parzialmente, il sistema resta povero anche con occupazione formalmente in tenuta. Serve una riduzione strutturale del cuneo sul lavoro stabile e qualificato, ma soprattutto una riforma seria della formazione tecnica superiore, della connessione fra università e impresa, e delle politiche attive. L’Italia non soffre soltanto di mancanza di posti. Soffre di mismatch, bassa intensità tecnologica e scarsa valorizzazione del capitale umano.
Quarto: bisogna smettere di considerare il Mezzogiorno come una voce di spesa e cominciare a trattarlo come un asset strategico nazionale. Porti, logistica, energia rinnovabile, manifattura avanzata, data center, filiere agroindustriali di qualità, turismo a maggiore valore aggiunto: il Sud può essere una piattaforma produttiva e geopolitica nel Mediterraneo, ma soltanto se si interviene su tempi della giustizia, capacità amministrativa, qualità dei servizi locali e infrastrutture. La questione meridionale non è un capitolo sociale. È un capitolo di politica economica nazionale.
Quinto: sul debito pubblico occorre una linea adulta. Il miglioramento del deficit nel 2025 è reale, ma il problema italiano non è stato “risolto”. Panetta ha ricordato che i Paesi con debito elevato restano più vulnerabili ai mutamenti della percezione del rischio. Questo significa che l’Italia deve difendere con rigore la credibilità di bilancio, ma senza cadere nell’errore opposto di comprimere gli investimenti produttivi. La distinzione da fare è semplice e decisiva: tagliare spesa improduttiva, non capacità di crescita.
Infine c’è il capitolo politico-istituzionale, che non è affatto separato dall’economia. Dopo il referendum, l’errore peggiore sarebbe un irrigidimento muscolare del governo o una fuga in avanti sulle regole elettorali. L’Italia ha bisogno dell’opposto: meno polarizzazione costituzionale, più concentrazione su competitività, energia, sanità, scuola, investimenti e amministrazione. Il referendum ha detto che il Paese non vuole essere trascinato dentro una campagna permanente sulle regole del gioco. Vuole risultati. E i risultati, oggi, si misurano in bollette, salari, tempi di attesa, produttività, fiducia e prospettive per chi ha trent’anni.
In conclusione, l’Italia post referendum non è un Paese al collasso, ma neppure un Paese davvero al sicuro. È un Paese in sospensione strategica. Ha evitato il peggio sui conti pubblici. Ha una base industriale ancora significativa. Ha risorse europee straordinarie ancora da spendere bene. Ha un mercato del lavoro che non sta crollando. Ma ha anche una crescita troppo bassa, un debito troppo alto, una demografia troppo debole e una politica troppo concentrata su sé stessa. Il governo Meloni può ancora guidare questa fase, ma solo a una condizione: che abbandoni la tentazione della pura egemonia politica e si misuri con il terreno più difficile, quello della trasformazione economica profonda. Se non lo farà, il referendum del marzo 2026 sarà ricordato non come un incidente, ma come l’inizio del logoramento.

