Dal linguaggio politico ai media digitali: come il fanatismo si è trasformato in una nuova normalità sociale.
C’è un filo rosso che lega gli scontri di Torino, le morti durante le operazioni dell’ICE negli Stati Uniti, la radicalizzazione della destra israeliana e l’intransigenza del regime iraniano. Non è un’ideologia unica, non è una bandiera precisa. È qualcosa di più sottile e per questo più pericoloso: il fanatismo diventato linguaggio ordinario della politica e dell’informazione.
I fatti, presi singolarmente, sembrano lontani. Torino è cronaca italiana, proteste e cariche, un copione già visto. Negli Stati Uniti, le politiche migratorie rilanciate da Donald Trump producono un clima in cui le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement finiscono per trasformarsi in tragedie, giustificate come “incidenti inevitabili”. In Medio Oriente, Israele e Iran continuano a parlarsi con il linguaggio della forza e della minaccia, mentre le vittime civili diventano numeri o argomenti di propaganda.
Eppure, osservando il modo in cui questi eventi vengono raccontati, la distanza si annulla.
I media di destra parlano un vocabolario preciso: ordine, sicurezza, identità. Le immagini delle violenze vengono isolate dal contesto, trasformate in prova definitiva che “non ci sono alternative”. La repressione diventa necessaria, l’eccezione diventa regola. È una narrazione rassicurante, perché semplifica: c’è un nemico, interno o esterno, e qualcuno che promette di fermarlo.
I media di sinistra rispondono con un’altra semplificazione: diritti contro autorità, oppressi contro oppressori. Le responsabilità individuali svaniscono dentro grandi categorie morali. Anche qui, il conflitto viene cristallizzato, e il rischio è speculare: parlare solo ai già convinti, rinunciando a comprendere le paure reali che alimentano l’altra metà della società.
In mezzo, quasi sempre, manca la politica come spazio di mediazione. Al suo posto avanza la politica come spettacolo permanente, soprattutto sui social media. Ogni fatto di cronaca diventa contenuto, ogni tragedia un’occasione per “stare sul pezzo”. Figure pubbliche e istituzionali — Roberto Vannacci è solo uno degli esempi più visibili — adottano un linguaggio volutamente divisivo, consapevoli che l’algoritmo premia lo scontro, non la complessità. Non importa convincere: importa mobilitare, radicalizzare, fidelizzare.
Così il fanatismo smette di apparire per ciò che è — una deriva — e diventa una postura accettabile, quasi richiesta. Non serve più gridare: basta insinuare. Non serve invocare la violenza: basta legittimarla come conseguenza inevitabile.
Il vero problema, allora, non è solo chi manifesta, chi spara, chi reprime. Il problema è un ecosistema informativo e politico che normalizza l’idea dello scontro permanente, in cui ogni compromesso è debolezza e ogni dubbio tradimento. In questo clima, la democrazia non viene rovesciata con un colpo di Stato, ma logorata lentamente, post dopo post, titolo dopo titolo.
Forse il fanatismo dei nostri giorni non indossa più uniformi riconoscibili. Ha il volto rispettabile della cronaca commentata, della politica “senza filtri”, dell’opinione netta e immediata. Ed è proprio per questo che è così difficile da combattere: perché non si presenta come un’emergenza, ma come una normalità.
E quando il fanatismo diventa normale, la violenza — prima verbale, poi reale — smette di scandalizzare. Diventa solo un’altra notizia.

