Perché un blog? Perché scrivere? La risposta è nascosta in un nome che si legge al contrario, in una panchina simile a quella di Forrest Gump e nella necessità di ribellarsi all’oblio di una memoria ormai consumata.
Tutto inizia con una parola: Saculnay. A prima vista potrebbe sembrare un termine esotico, forse una città perduta o un nome in codice. In realtà, è un gioco di specchi. Basta leggerlo al contrario per svelare la sua vera natura: Yanlucas.
È un nomignolo che mi fu attribuito una vita fa. Non è importante chi me lo diede, né i dettagli di quella situazione privata, un frammento di passato che in pochi conoscono e che custodisco gelosamente. Ciò che conta è che quel nome è una chiave. Pronunciarlo, o scriverlo qui nell’intestazione di questo blog, suscita in me un’immediata attivazione: è l’interruttore di un ricordo, la prova tangibile che “quel” tempo è esistito.
Ed è proprio questo il motivo per cui sono qui a scrivere: per riannodare i ricordi.
Siamo i nuovi Lotofagi
Viviamo in un’epoca paradossale. Abbiamo archivi digitali infiniti, cloud illimitati, eppure siamo diventati un popolo senza memoria. Siamo affetti da un eterno presente che divora il passato appena questo accade.
Mi torna in mente il mito dei Lotofagi dell’Odissea. I compagni di Ulisse, sbarcati su quella terra, mangiavano il fiore di loto e dimenticavano tutto: dimenticavano la patria, gli affetti, il desiderio del ritorno (il nostos). Cadevano in un dolce, letale oblio. Oggi, il nostro “loto” è la velocità. È lo scroll infinito delle notizie, l’ansia del nuovo che cancella il vecchio, la superficialità con cui trattiamo la nostra storia personale e collettiva. Mangiamo il loto digitale e dimentichiamo chi eravamo ieri.
La piuma di Forrest
In questo scenario di amnesia collettiva, il mio blog vuole essere quella panchina alla fermata dell’autobus dove siede Forrest Gump. Forrest è l’anti-Lotofago per eccellenza. Mentre il mondo corre frenetico intorno a lui, lui si ferma, si siede e racconta. Racconta la sua storia a sconosciuti che, forse, nemmeno vogliono ascoltarla. Ma raccontando, lui esiste. Forrest non ha teorie complesse, ha solo la sua memoria e una piuma che gli cade ai piedi.
Ecco, Saculnay è la mia panchina. È il luogo dove mi siedo per raccogliere la piuma, per impedire che voli via nel vento della frenesia quotidiana. Scrivo per dire: “Io c’ero, questo è successo, questo ho pensato”.
Contro la “Memoria Consumata”
C’è un concetto fondamentale che guida queste pagine, quello della “memoria consumata”. Nella nostra società, la memoria non è più un patrimonio da custodire, ma un prodotto da consumare e gettare. Facciamo una foto non per ricordare, ma per dimenticare, per delegare al telefono il compito di tenere traccia della nostra vita, così noi possiamo passare oltre. Consumiamo esperienze come fossero fast food, senza digerirle, senza che lascino traccia nell’anima.
Io rifiuto questa logica. Voglio che questo spazio sia un atto di resistenza. Voglio prendere quel filo spezzato – quel Yanlucas diventato Saculnay – e fare un nodo. E poi un altro. Scrivo per riappropriarmi del tempo. Scrivo perché, se smettiamo di ricordare da dove veniamo (anche dai soprannomi nati in situazioni oscure), perdiamo la rotta per andare avanti.
Benvenuti su Saculnay. Qui non si consuma nulla, qui si cerca di trattenere tutto.
