Illustrazione concettuale di Donald Trump che volta le spalle a un libro di diritto internazionale davanti a un globo con bandiere USA ed europee

Democrazia americana, rischio autoritario e impatto su Europa e Italia

Ci sono frasi che, più delle minacce esplicite, rivelano il punto di rottura di un’epoca. Quando Donald Trump afferma che l’unico vero limite al suo potere è la propria coscienza, non il diritto internazionale, non sta semplicemente provocando: sta dichiarando che le regole condivise possono essere messe tra parentesi in nome di una moralità soggettiva.

Per un presidente degli Stati Uniti – il Paese che più di ogni altro ha contribuito a costruire l’ordine multilaterale dopo il 1945 – questo rovesciamento è cruciale. Significa passare da un mondo in cui il potere è formalmente limitato da trattati, convenzioni e tribunali, a un mondo in cui il limite è, in ultima istanza, l’intenzione dichiarata del leader: “fidatevi di me, so cosa è giusto”.

Il problema è evidente: una coscienza personale non è verificabile, non è controllabile, non è negoziabile. È da qui che bisogna partire per interrogarsi seriamente su tre questioni:

  1. Quanto è solido l’argine delle istituzioni democratiche americane di fronte a un presidente che si sente sciolto dalle regole esterne?
  2. Quanto è realistico lo scenario di un’America più unilaterale e protezionista, fino a sfiorare l’autarchia?
  3. Che cosa significherebbe tutto questo per l’Europa – e per l’Italia – in termini di sicurezza, energia ed economia?

1. Dal diritto internazionale alla “coscienza” del leader

Per decenni, l’architettura dell’ordine globale ha ruotato intorno ad alcuni pilastri: ONU, NATO, diritto internazionale umanitario, corti internazionali, grandi trattati sul commercio e sul controllo degli armamenti. Gli Stati Uniti hanno spesso violato o aggirato queste regole, ma formalmente le hanno riconosciute e, almeno in parte, fatte rispettare.

Dire che il presidente risponde “alla propria coscienza” e non al diritto internazionale significa:

  • relativizzare il valore dei trattati: esistono finché coincidono con l’interesse o la morale soggettiva del leader;
  • spostare il baricentro del potere dal sistema di regole alla volontà politica del capo;
  • normalizzare l’eccezione: ciò che era presentato come “deroga” diventa prassi potenziale.

In un contesto in cui gli Stati Uniti sono ancora la principale potenza militare e nucleare, questo non è un dettaglio filosofico: è il contesto in cui vanno letti sia i conflitti interni americani, sia la dinamica con alleati e avversari.


2. Trump e la democrazia americana: quanto può spingersi oltre?

2.1. Contestare il voto non è lo stesso che restare al potere

Ma non rispettare le regole avrà un riflesso anche interno? Se Trump perdesse le prossime elezioni, forzando anche le regole per candidarsi, siamo sicuri che lascerebbe pacificamente il potere o farà valere la “sua coscienza”?

Per rispondere a questo quesito è importante separare due scenari:

  • Contestazione politica del risultato: non riconoscere la sconfitta, parlare di brogli, intentare cause, mobilitare i sostenitori, delegittimare l’avversario. Questo lo abbiamo già visto nel 2020, con il contorno drammatico del 6 gennaio e l’assalto al Campidoglio.
  • Permanenza al potere contro le regole: rifiutarsi di lasciare la presidenza dopo la scadenza del mandato, ignorando il risultato certificato e mantenendo il controllo delle leve istituzionali.

La Costituzione statunitense è molto chiara sul secondo punto: il mandato del presidente termina automaticamente il 20 gennaio successivo alle elezioni. Se un altro candidato è stato certificato dal Congresso, da quel momento quel candidato è il presidente. L’uscente, anche se urla al complotto, diventa un privato cittadino.

Inoltre, le elezioni sono gestite da singoli Stati federati, non dalla Casa Bianca. Il presidente non può annullarle o sospenderle unilateralmente.

2.2. I contrappesi istituzionali

Per trasformare una sconfitta in una permanenza illegittima al potere servirebbe una combinazione eccezionale:

  • un Congresso disposto a piegare apertamente le regole;
  • corti federali e Corte Suprema allineate su interpretazioni forzate;
  • vertici militari pronti a riconoscere come comandante in capo chi non lo è più secondo la legge;
  • governatori e amministrazioni statali chiave disponibili a seguire una linea eversiva.

Nel 2020, nonostante una pressione fortissima:

  • funzionari elettorali (anche repubblicani) hanno certificato i risultati;
  • i tribunali hanno respinto decine di ricorsi privi di basi;
  • le Forze armate sono rimaste fuori dal gioco politico.

Questo non rende impossibile ogni deriva, ma ridimensiona l’idea di un colpo di Stato riuscito in stile “presa del potere” definitiva. Lo scenario più plausibile è un altro.

2.3. Il rischio reale: erosione lenta, non golpe spettacolare

Il vero rischio è quello di una democrazia erosa dall’interno:

  • regole elettorali e pratiche amministrative calibrate per favorire un partito;
  • uso selettivo dell’apparato statale (fisco, giustizia, agenzie) contro avversari e media scomodi;
  • politicizzazione sistematica della burocrazia, sostituendo tecnici con fedelissimi;
  • delegittimazione permanente del voto: ogni sconfitta è, per definizione, “rubata”.

È il modello dell’autoritarismo competitivo: ci sono elezioni, ma non c’è più un campo di gioco realmente equo. In questo contesto, un presidente che si dichiara vincolato solo alla propria coscienza è un acceleratore, non l’unico fattore.


3. Gli Stati Uniti verso l’autarchia? Più chiusura, non isolamento totale

Seconda domanda: un’America guidata da questa logica può davvero scivolare nell’autarchia?

3.1. Quanto è aperta oggi l’economia USA

Oggi gli Stati Uniti:

  • rappresentano ancora la prima economia mondiale in termini nominali;
  • sono la principale piazza finanziaria, tecnologica e dei servizi avanzati;
  • hanno un commercio estero (export + import) che vale circa un quarto del PIL.

L’economia USA è meno dipendente dall’export rispetto a molte economie europee, ma è tutt’altro che chiusa: le catene del valore di grandi gruppi americani attraversano Asia, Europa, America Latina; il dollaro è ancora la principale valuta di riserva e di scambio.

3.2. Che cosa ha fatto l’“America First”

La linea inaugurata da Trump si basa su tre pilastri:

  • protezionismo selettivo: dazi su acciaio, alluminio, prodotti industriali, tecnologie verdi, soprattutto verso la Cina e, in misura minore, verso l’Europa;
  • controllo delle tecnologie critiche: restrizioni all’export di chip avanzati, hardware e software sensibili;
  • uso del dollaro come arma geopolitica: sanzioni finanziarie, limitazioni all’accesso al sistema dei pagamenti, pressioni su banche e società.

Queste mosse hanno già spinto parte del sistema globale verso una logica di blocchi: catene di fornitura ridisegnate per alleanze (“friend-shoring”), riduzione delle dipendenze più rischiose dalla Cina o da Paesi percepiti come ostili.

3.3. Perché l’autarchia totale è improbabile

Una vera autarchia, però, richiederebbe:

  • rinunciare a una quota importante di export high-tech, servizi finanziari, aerospazio, difesa, agroalimentare;
  • accettare un ridimensionamento radicale del ruolo del dollaro;
  • ristrutturare in pochi anni filiere industriali che oggi dipendono da input esteri (minerali rari, componenti elettronici, farmaci, ecc.).

Il costo per le élite economiche americane sarebbe enorme. Molto più realistico è uno scenario di:

  • più dazi e più barriere non tariffarie,
  • decoupling parziale da alcuni Paesi e settori (Cina su tutti),
  • permanenza di un ruolo globale USA, ma più conflittuale e meno legato alle regole multilaterali.

Non un’America chiusa come negli anni Trenta, ma un’America più aggressiva e selettiva, che usa commercio, finanza ed energia come strumenti di pressione.


4. Effetti sull’Europa: NATO, energia, commercio

Per l’Europa, tutto questo non è un dibattito teorico: tocca direttamente sicurezza, bollette e posti di lavoro.

4.1. Sicurezza: una NATO più costosa e meno scontata

Trump ripete da anni che gli alleati europei spendono troppo poco per la difesa e che gli Stati Uniti non dovrebbero farsi carico della loro sicurezza se non “pagano il giusto”.

Effetto immediato:

  • accelerazione della corsa al 2% del PIL in spesa militare;
  • discussione su obiettivi ancora più ambiziosi (fino al 3–5% del PIL nel medio periodo), con una parte dedicata alle capacità militari e una parte alla resilienza (infrastrutture, cyber, ecc.).

Sotto traccia, c’è un messaggio di ricatto:
se non spendete abbastanza, la protezione americana non è garantita.

Per l’Europa significa:

  • aumentare in modo strutturale la spesa per la difesa in un contesto di debito alto e welfare costoso;
  • confrontarsi con un alleato che può usare la sicurezza come leva negoziale su altre partite (energia, commercio, politica estera).

4.2. Energia: da Mosca a Washington

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina:

  • l’UE ha ridotto drasticamente il gas russo via pipeline;
  • ha aumentato l’uso di gas naturale liquefatto (LNG);
  • gli Stati Uniti sono diventati, in poche stagioni, primo fornitore di LNG per l’Europa.

Questo comporta:

  • maggiore sicurezza rispetto al ricatto energetico russo;
  • ma anche una nuova forma di dipendenza da forniture statunitensi, in un contesto dove la politica USA è sempre più spregiudicata nell’uso delle leve economiche.

In altre parole: l’Europa ha ridotto una vulnerabilità, ma ne ha creata un’altra, soprattutto se la transizione energetica interna non accelera.

4.3. Commercio e politica industriale

Sul fronte commerciale, la tensione si gioca su due piani:

  1. Dazi e guerre tariffarie
    • dazi USA su acciaio, alluminio, auto, prodotti agricoli;
    • possibili ritorsioni dell’UE su prodotti statunitensi;
    • rischio di una guerra commerciale “a bassa intensità” ma permanente.
  2. Competizione sui sussidi
    • l’Inflation Reduction Act e il CHIPS Act offrono incentivi enormi a chi investe in tecnologie verdi e semiconduttori negli USA;
    • molte imprese europee valutano se spostare parte della produzione per sfruttare i sussidi;
    • l’UE risponde con piani industriali e più flessibilità sugli aiuti di Stato, ma il rischio di svantaggio competitivo resta.

L’Europa, in pratica, deve difendere la propria base industriale e il proprio export senza rompere con un partner che resta fondamentale sia come mercato, sia come alleato militare.


5. Il caso italiano: massima esposizione, margini ridotti

L’Italia si trova in una posizione particolarmente vulnerabile perché combina:

  • debito pubblico elevato e margini fiscali stretti;
  • bassa propensione interna al riarmo;
  • dipendenza crescente dagli USA per energia e sbocchi commerciali.

5.1. Difesa: il puzzle tra NATO e bilancio

Per anni l’Italia è rimasta sotto il 2% del PIL in spesa militare. Ora il governo dichiara di voler raggiungere quell’obiettivo, anche ricalcolando cosa entra nel perimetro “difesa”.

Ma se il target politico della NATO si sposterà davvero verso il 3–5% del PIL, per l’Italia vorrebbe dire:

  • raddoppiare o triplicare la spesa militare in poco più di un decennio;
  • trovare decine di miliardi aggiuntivi all’anno in un bilancio già appesantito da interessi sul debito e spesa sociale.

È difficile immaginare che questo possa avvenire senza:

  • nuove tasse,
  • tagli ad altre voci,
  • o un aumento del deficit con conseguente tensione sui mercati finanziari.

5.2. Opinione pubblica: un Paese poco incline al riarmo

A complicare il quadro c’è un fattore politico-culturale: la maggioranza degli italiani non è favorevole ad aumenti significativi della spesa militare e preferirebbe destinare le risorse a welfare, sanità, scuola, riduzione delle tasse.

Questa diffidenza verso il riarmo rende più difficile per qualsiasi governo:

  • spiegare perché “servono” più soldi per carri armati e sistemi d’arma;
  • attenuare l’impatto sociale di eventuali tagli o nuove imposte legate alla difesa.

In altre parole, la traiettoria NATO spinge in una direzione che l’elettorato italiano non sente propria.

5.3. Energia: più LNG USA nel mix italiano

Sul fronte energetico, l’Italia:

  • ha ridotto la quota di gas russo;
  • ha aumentato l’uso di LNG;
  • importa una quota crescente di gas liquefatto proveniente dagli Stati Uniti, grazie a nuovi contratti e infrastrutture.

È una scelta razionale nel breve periodo, ma:

  • espone il Paese alla volatilità dei prezzi globali del gas;
  • crea una dipendenza strategica da un fornitore che è anche partner politico, con cui i rapporti possono diventare conflittuali su altri dossier (commercio, difesa, politica estera).

Senza una vera accelerazione su rinnovabili, accumuli e interconnessioni europee, il rischio è sostituire una dipendenza problematica (Mosca) con un’altra (Washington).

5.4. Made in Italy e mercato americano

Il mercato statunitense è cruciale per l’economia italiana:

  • è tra i primi sbocchi extra-UE per meccanica, automotive, moda, lusso, agroalimentare;
  • vale decine di miliardi di euro di export ogni anno.

Dazi statunitensi permanenti su acciaio, alluminio, auto, agroalimentare o – peggio – su beni di consumo a valore aggiunto (moda, lusso, vino, ecc.) avrebbero un impatto diretto su:

  • margini delle imprese;
  • occupazione in distretti industriali chiave;
  • conti con l’estero.

Per un Paese che vive di export, una lunga stagione di guerra commerciale transatlantica sarebbe particolarmente dolorosa.

5.5. Che cosa può fare l’Italia

In questo quadro, l’Italia non ha il lusso di scelte ideologiche. Alcune linee di azione pragmatica:

  1. Difesa: più integrazione europea, non solo più spesa
    • spingere per programmi congiunti, procurement unificato, standard comuni;
    • ottenere “più sicurezza per euro speso”, riducendo sprechi e duplicazioni nazionali.
  2. Energia: usare il gas USA come ponte, non come gabbia
    • sfruttare le forniture LNG per uscire dall’emergenza;
    • investire simultaneamente in rinnovabili, efficienza, accumulo, reti;
    • diminuire strutturalmente il peso del gas nel mix.
  3. Export: difendere l’accesso al mercato USA, ma diversificare
    • lavorare in sede UE per evitare o limitare dazi punitivi sui settori chiave italiani;
    • promuovere una diversificazione reale dei mercati (Asia, Africa, America Latina) per ridurre la vulnerabilità a shock su un solo partner.
  4. Politica interna: dire la verità ai cittadini
    • spiegare che una parte dell’aumento della spesa per la difesa non è “facoltativa”, ma legata a impegni internazionali;
    • collegare queste scelte a ricadute concrete (innovazione, occupazione qualificata, ruolo nell’UE), evitando di farle percepire solo come un costo.

6. Conclusione: quando il potere si dice vincolato solo a sé stesso

La frase di Trump – “rispondo solo alla mia coscienza e non al diritto internazionale” – sintetizza un cambiamento di fase: il passaggio da un ordine almeno formalmente basato sulle regole a un ordine sempre più basato sulla volontà delle grandi potenze.

Per gli Stati Uniti, questo si traduce nel rischio di:

  • una democrazia più fragile, logorata dall’interno;
  • una politica estera più unilaterale e conflittuale;
  • un protezionismo aggressivo, ma difficilmente fino all’autarchia.

Per l’Europa e per l’Italia, significa:

  • dover ripensare il proprio modello di sicurezza, senza poter contare in modo automatico sulla protezione americana;
  • ribilanciare la propria dipendenza energetica e commerciale;
  • decidere se subire il cambiamento o usare questa fase come leva per costruire una vera autonomia strategica.

In definitiva, il problema non è solo “cosa farà Trump”, ma quanto saremo capaci, in Europa e in Italia, di non lasciare che la nostra sicurezza, la nostra economia e le nostre scelte politiche dipendano esclusivamente dalla coscienza – o dalle convenienze – di qualcun altro.

Di Camerlengo Gianluca

https://www.gianlucacamerlengo.it/

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