Di fronte alle notizie dell’inchiesta sui finanziamenti ad Hamas, l’Italia si indigna. Ma un’analisi onesta della nostra storia – dalle cospirazioni risorgimentali agli abbracci con i torturatori libici – svela una verità scomoda: la differenza tra “terrorista” e “partner” è spesso solo una questione di geopolitica.

La notizia battuta in queste giorni è di quelle che hanno fatto rumore: un’inchiesta della Procura di Genova ha scoperchiato una presunta “rete ombra” in Europa. Il sospetto è pesante: associazione con finalità di terrorismo per finanziare le casse di Hamas. Di fronte a questi fatti, l’opinione pubblica e la politica reagiscono con condanna quasi unanime. Il denaro non deve arrivare a chi semina terrore.

La risposta giuridica e morale è ineccepibile. Ovviamente i soliti “tifosi” non hanno mancato di far sentire le loro grida. Ma se togliamo gli occhiali della cronaca giudiziaria, condita dalla speculazione politica, ed inforchiamo quelli della Storia, l’immagine diventa improvvisamente meno nitida. La vicenda italiana ci insegna che l’etichetta di “terrorismo” e il flusso di denaro o aiuti verso gruppi armati non sono variabili fisse, ma dipendono da chi fa il bonifico e perché.

Il Grande Ricercato: Giuseppe Mazzini

Facciamo un passo indietro. Se leggessimo i rapporti della polizia austriaca del XIX secolo, come troveremmo descritta la rete di finanziamento della Giovine Italia di Mazzini? Esattamente come una “rete ombra” terroristica.

Per il Cancelliere Metternich, Mazzini era il capo di un’organizzazione eversiva internazionale. Raccoglieva fondi in tutta Europa per comprare armi, organizzare insurrezioni e rovesciare governi legittimi. Le azioni dei suoi seguaci erano, tecnicamente, atti di terrore. Eppure, oggi Mazzini è un gigante della nostra storia. Perché la sua causa — l’Unità d’Italia — ha vinto. La vittoria trasforma il sovversivo in eroe e il finanziamento illecito in “supporto alla causa patriottica”.

Quando lo Stato faceva la “rete ombra”: il Lodo Moro

Non serve risalire all’800. Tant’è che ci fu un tempo, durante la Prima Repubblica, in cui era lo Stato stesso a gestire una sorta di “rete ombra” con i gruppi palestinesi.

È il famoso “Lodo Moro”. Per quasi vent’anni, mentre Israele e la NATO combattevano l’OLP come nemici mortali, i nostri servizi segreti stringevano patti con loro. L’Italia garantiva libertà di movimento, transito di armi e, di fatto, legittimità politica a gruppi che altrove erano considerati terroristi. Il colonnello Giovannone, uomo dei servizi a Beirut, era l’anello di congiunzione di questa diplomazia parallela. Allora, finanziare o aiutare i palestinesi non era reato (o meglio, lo era, ma si chiudevano entrambi gli occhi): era Interesse Nazionale per salvare l’Italia dalle bombe e garantirsi il petrolio. L’apice si toccò, poi, a Sigonella (1985), quando Craxi difese il dirottatore Abu Abbas dai Navy SEALS americani. Per noi era sovranità, per gli USA era complicità col terrore.

Il Baciamano e la Seconda Repubblica

La logica del “doppio binario” si è poi aggiornata con la Seconda Repubblica. Se nel 2010 Silvio Berlusconi baciava la mano a Gheddafi (fino a poco prima considerato il “Cane Pazzo” del terrorismo globale) per fermare gli sbarchi, confermava che l’interesse economico valeva più di qualsiasi etichetta morale. Gheddafi passò in un attimo da sponsor del terrorismo a “partner strategico”, salvo poi tornare “tiranno da abbattere” nel 2011, quando il vento della storia cambiò direzione.

Il Pragmatismo di Meloni: da Haftar ad Al-Sisi

Oggi, con il governo Meloni e il “Piano Mattei”, la storia si ripete con nuovi protagonisti, ma identico copione.

L’Italia stringe la mano al generale libico Khalifa Haftar, un “signore della guerra” accusato di crimini contro l’umanità, perché controlla i rubinetti dei migranti dalla Cirenaica. Ma il caso più emblematico è quello dell’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi. Nonostante l’ombra terribile del rapimento, tortura e uccisione di Giulio Regeni – un crimine di Stato che avrebbe dovuto chiudere ogni porta diplomatica – la Realpolitik ha avuto la meglio. Il governo italiano ha ricucito i rapporti, stretto accordi sul gas e sulla gestione dei flussi migratori. Al-Sisi, che per le associazioni dei diritti umani è il capo di un regime repressivo, per la ragion di Stato italiana è tornato ad essere un interlocutore indispensabile. La richiesta di “Verità per Giulio” è rimasta sullo sfondo, sbiadita di fronte alla necessità di avere il gas e la stabilità nel Mediterraneo.

Il Caso Al-Masfri

Ma l’esempio più recente e brutale di come la giustizia si pieghi alla politica è il caso Al-Masri. Mohamed Al-Masri, ufficiale di sicurezza libico, è accusato di torture disumane e crimini contro l’umanità. Nonostante le prove e l’indignazione internazionale, è stato recentemente liberato dalle autorità di Tripoli – le stesse autorità che l’Italia finanzia e considera partner strategici per la Guardia Costiera.

La sua scarcerazione è un messaggio politico: in Libia, chi detiene il potere militare ed è utile agli equilibri interni (e quindi indirettamente utile all’Italia per tenere i confini chiusi) gode di totale impunità. Il torturatore diventa “intoccabile” perché serve al sistema. E l’Italia, nel suo silenzio diplomatico, accetta che un criminale torni in libertà pur di non destabilizzare quel precario “ordine” che ci garantisce gas e meno sbarchi.

La lezione per l’oggi

Tornando ai fatti di cronaca odierni, cosa ci dice questo excursus? Che l’indignazione è comprensibile, ma la sorpresa è ingenua. La storia dimostra che i governi tendono a definire “combattenti per la libertà” o “partner strategici” coloro che servono i propri interessi, e “terroristi” coloro che li minacciano.

Cavour usò i rivoluzionari. La Prima Repubblica usò i palestinesi. Oggi l’Italia usa Haftar e Al-Sisi. Chi scende in piazza per Hamas sta applicando, dal basso, la stessa logica che gli Stati applicano dall’alto: sceglie il proprio “partigiano” ignorando le etichette internazionali.

La lezione più amara è che non esiste una definizione universale di terrore che resista alla prova del tempo e della convenienza politica. Ciò che oggi chiamiamo crimine, domani potrebbe essere studiato sui libri di storia come l’inizio di una nazione o di un’alleanza necessaria. O viceversa. Dipende solo da chi scriverà quei libri.





Ho selezionato questo video perché documenta visivamente l’incontro istituzionale tra la Premier italiana e il Generale Haftar, mostrando concretamente come la politica estera possa trasformare una figura controversa in un partner strategico.

Di Camerlengo Gianluca

https://www.gianlucacamerlengo.it/

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